Accesso a Internet: diritto universale o rischio mortale?


Viviamo in tempi assai strani.

Mentre, da un lato, nazioni che si trovano ai primi posti nella classifica dell’Indice di Sviluppo Umano dichiarano Internet un diritto universale e chiedono l’accesso a banda larga per tutti i loro cittadini, dall’altro troviamo un panorama desolante: l’accesso alla rete è sempre più controllato e censurato, non solo nei regimi e nelle dittature, ma anche in alcune di quelle che si definiscono “moderne democrazie occidentali”.

Non sono mancati esempi negli ultimi mesi: è di qualche giorno fa la notizia che Yahoo! – per uno strano problema dell’antispam – avrebbe bloccato mail contenenti la stringa “Occupy Wall St”, facente riferimento alle proteste che si stanno svolgendo davanti alla borsa di New York. La strana configurazione dell’antispam pare sia stata corretta.

In Agosto, in risposta ad una protesta in alcune stazioni di Los Angeles, ufficiali del BART (Bay Area Rapid Transport) disabilitarono i ripetitori cellulari presenti in alcune stazioni per prevenire l’accesso ad Internet da parte dei manifestanti, che utilizzavano i social network per il coordinamento e la copertura dell’evento “dal campo”.

Stessa cosa successe a Londra, quando il Primo Ministro David Cameron chiese a Facebook, Twitter e RIM di agire attivamente per controllare l’utilizzo dei loro social network e bloccare i messaggi provenienti dalle zone in cui
erano in corso le rivolte.
Eppure qualche mese prima tutto il mondo occidentale si era affrettato a condannare duramente il blocco totale del traffico Internet messo in atto da parte del governo egiziano durante le proteste di piazza Tahrir: quanta ipocrisia!

E l’Italia poteva essere da meno?

Nel dicembre 2010 l’ambasciatore americano a Roma riportava al suo governo i tanti dubbi sul Decreto Romani, come abbiamo saputo grazie ai cables rilasciati da Wikileaks. Certo, erano dubbi in ottica statunitense che avevano probabilmente più a cuore gli interessi delle grandi multinazionali americane dell’intrattenimento che quelli di noi cittadini italiani, ma possono comunque dare una idea di quanto singolare potesse sembrare l’approccio ad Internet del nostro governo.

Se ne parliamo, ahimé, è solo perché ci stanno riprovando: in un paese sull’orlo del collasso finanziario, a quanto pare il Parlamento è instancabilmente al lavoro per ridisegnare le norme sul diritto d’autore, tanto che abbiamo avuto – a distanza di pochi mesi – due disegni di legge presentati uno dalla Lega Nord e l’altro dai deputati Elena Centemero (PDL) e Santo Versace (prima PDL, ora gruppo misto).
Entrambe le iniziative riguardano i comportamenti che i provider dovrebbero porre in atto.
Si parla, in soldoni, di una legge sul modello di quella approvata in Francia, che prevede la disconnessione da Internet da parte del provider dopo tre casi di violazione del diritto d’autore.

La variante italiana è, ovviamente, in peggio.
Gli ISP sarebbero tenuti a tenere sotto controllo i propri utenti e disconnetterli in caso di una qualsiasi segnalazione di violazione. Non è necessario che tale segnalazione provenga dall’Autorità Giudiziaria o dalla Polizia, né è richiesto alcun controllo sulla veridicità della stessa: chiunque può segnalare ed il provider sarebbe tenuto a disconnettere l’utente, con buona pace dei diritti costituzionali.

Quasi per unire il danno alla beffa, un paio di settimane fa la Comunità Europea ha esteso (con valore retroattivo) il copyright fino a 70 anni, dai 50 che erano prima. Pare che l’iniziativa sia per tutelare gli artisti (“performers”, quindi cantanti, musicisti, attori, etc) che, iniziando la carriera in giovane età, con una protezione di soli 50 anni avrebbero rischiato di non godere dei diritti in vecchiaia…

Gli autori di canzoni o altre opere musicali create “a più mani”, invece, sono coperti fino a 70 anni dopo la morte dell’ultimo autore: gli eredi di un artista non vorrete mica che lavorino come tutti gli altri! E’ Arte, perbacco!