L’AGCOM e i controllori fuori controllo


Puntuale come sempre ritorna la (aperiodica) querelle tra chi vorrebbe un web più controllato in modo da evitare violazioni di legge (soprattutto in tema di diritto d’autore, sfruttamento sessuale dei minori, terrorismo e gioco d’azzardo) e chi, invece, rivendicando la natura decentrata dell’informazione circolante in internet, vede con preoccupazione ogni possibile forma di controllo che, seppur legittimata da un punto di vista giuridico in quanto promanante dallo Stato, potrebbe facilmente prestarsi a derive censorie che è meglio evitare ab initio. Come suol dirsi: “di capitare non capita, ma se capita……”.

In particolare, la questione è balzata agli onori della cronaca in questi giorni grazie ad una lettera (disponibile all’’indirizzo http://link.oltrelinux.com/e53055) scritta e firmata da due commissari dell’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) che, nelle intenzioni dei redattori, voleva salvare il lavoro fatto finora dall’Autorità nel tentativo di stilare un regolamento il più equilibrato possibile che stabilisca bene termini e condizioni entro i quali procedere per violazione del diritto d’autore, ma che, di fatto, per i toni adoperati, penso abbia mancato il suo obiettivo principale (o almeno quello che mi sarei aspettato da esponenti di un’Autorità Garante dello Stato): creare un dialogo tra le diverse visioni che si contrappongono. Certo, definire parte degli utenti quali “arruffapopolo” che “indulgono in tirate di propaganda e disinformazione, nella malcelata speranza di raccogliere facili consensi presso un pubblico della rete pronto a drizzare le orecchie ogniqualvolta si paventino minacce alla propria autonomia” non è il modo migliore per iniziare un dialogo, perché da un lato si dà a parte degli utenti l’etichetta di “pretestuosi facinorosi” e, alla restante parte, l’etichetta di “idioti prive di idee”. Per quanto mi riguarda, sono felice invece che vi siano utenti “pronti a drizzare le orecchie” in difesa della propria autonomia perché, nell’era dell’informazione, non salvaguardare la propria autonomia informativa significa perdere l’identità stessa di persona e di cittadino democraticamente partecipante.
La possibile estensione di poteri in capo all’AGCOM per contrastare le violazioni in materia di diritto d’autore che vengono commesse tramite il web, mutuando una procedura di notice-and-takedown analoga a quella prevista dalla ben nota HADOPI adottata dai “cugini” francesi, infatti, merita la dovuta attenzione da parte dell’opinione pubblica e merita anche dei pareri e delle visioni contrastanti, perché è proprio dal contraddittorio dei diversi punti di vista che, spesso, si riesce a scorgere la strada migliore.
I toni della lettera tuttavia – non me ne vogliano gli estensori – sono a dir poco sgradevoli e, come spesso accade, l’emozione ha portato a imperniare tutta la discussione su argomenti talmente astratti da ridursi a uno sterile confronto sul sesso degli angeli, dove si sciorinano diritti fondamentali, numeri, studi e statistiche che dicono tutto e il contrario di tutto (si vedano ad esempio le “decine di migliaia di posti di lavoro che rischiano di volatilizzarsi a causa della scandalosa tolleranza della pirateria online” richiamate sempre dai commissari AGCOM nella suddetta lettera).

Del diritto d’autore se n’è sempre parlato e credo se ne parlerà ancora per diversi secoli (figuratevi che a tutela di alcune ricette di cucina trovate nell’antico sito greco di Sibari sono state rinvenute forme archetipiche di diritto d’autore). Idem dicasi della cosiddetta “pirateria”, termine a mio giudizio orribile e fuorviante per indicare le violazioni del diritto d’autore, ma che qui si riporta per conformità alla nomenclatura più diffusa, adottata anche dai commissari dell’AGCOM, che è sempre stato lo spauracchio dei creatori e produttori di contenuti. Fatta pace con la necessaria e indissolubile coesistenza dei due fenomeni, grazie all’esplosione tecnologica con la quale tutti gli utenti (o almeno la maggior parte) si sono trovati dinanzi una potenza elaborativa e diffusiva neanche immaginabile fino a pochi decenni fa, i suddetti fenomeni sono esplosi anch’essi come logica conseguenza.
Da allora, è sempre una rincorsa per cercare di rimettere nella stalla i buoi che sono già scappati, contravvenendo all’antico detto. Ma se errare è umano, perseverare è sicuramente diabolico.

Sarei curioso di sapere dove viene ravvisata la “tolleranza della pirateria online” richiamata dai commissari AGCOM, visto che il nostro sistema giuridico riconosce addirittura delle sanzioni penali a difesa degli interessi di creatori e produttori di opere dell’ingegno, e che gli sforzi lobbistici hanno portato quasi tutti i governi, indipendentemente dal colore politico, a studiare e proporre provvedimenti di enforcement dei diritti d’autore.
Mi stupisce inoltre che, nonostante diversi provvedimenti basati sul filtraggio dei siti si siano dimostrati fallimentari, il Legislatore, così come gli stessi giudici, continuino a vedere in questi espedienti la soluzione. Potranno tappare la falla già gocciolante, ma sicuramente non sono un modello di best practice per la soluzione del problema.
Di più, la stessa HADOPI ha conosciuto diverse storture interpretative in Francia, per cui pare assurdo che si voglia adottare un modello analogo che, sebbene possa essere migliorato nelle intenzioni e nelle modalità, continua a perseverare nell’errore di inseguire i sopra citati buoi, offrendo palliativi a una situazione che richiederebbe una vera e propria cura.

A mio modo di vedere, sbaglia sia da un punto di vista giuridico sia da un punto di vista sociale chi invoca l’abolizione del diritto d’autore, come analogamente sbaglia chi continua a spendere parole e denaro in azioni di lobbying per ottenere un enforcement sempre maggiore del diritto d’autore.
Bisogna andare oltre. Sistemi e modelli come l’Open Source o Creative Commons (che, si ricorda, sono tutte licenze che funzionano nel solco di un generale riconoscimento del diritto d’autore) sono la dimostrazione che non è tanto il diritto d’autore in sé ad essere “vecchio” o “superato”, bensì i modelli di business che su di esso si imperniano.
Tenuto conto dei valori costituzionali che vengono messi in moto da un argomento sensibile quale la produzione e diffusione delle opere dell’ingegno, credo che sarebbe il momento di avviare un’azione davvero rivoluzionaria e molto più coraggiosa che passi attraverso la concreta applicazione delle eccezioni e limitazioni, previste dalla stessa normativa, e l’esplorazione di business model differenti, piuttosto che continuare ad accanirsi contro la famosa “punta dell’iceberg” rappresentata dagli utenti e dai provider che ospitano contenuti generati dagli utenti.
L’esperienza dovrebbe averci insegnato, ormai, che oscurare, filtrare e disconnettere non sono le vere soluzioni.

Pierluigi Perri
Professore in Informatica giuridica avanzata