Mr. Wikileaks: wanted, dead or alive.


Wikileaks Assange Wanted“Il Congresso non promulgherà leggi che favoriscano qualsiasi religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per riparazione di torti”.

Quello sopra riportato è il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America: leggendolo, verrebbe quasi voglia di chiedere asilo politico.

Gli USA sono anche lo stato che più di altri ha reso omaggio al Nobel per la pace assegnato dal comitato svedese a Liu Xiaobo, dissidente cinese condannato ad 11 anni per “incitamento alla sovversione del potere dello stato”, arrivandone a chiederne la liberazione. Nel gennaio del 2010 Hillary Clinton, il segretario di stato americano, dichiarava “stiamo supportando lo sviluppo di un nuovo tool che permetterà ai cittadini di esercitare il proprio diritto alla libera espressione, aggirando la censura basata su motivazioni politiche… sia il popolo americano che le nazioni che censurano la rete devono capire che il nostro governo è impegnato a promuovere la libertà su Internet”.
“Internet è un dono di Dio al mondo” scriveva Liu Xiaobo in uno dei suoi testi.

Pura ipocrisia.

E’ bastata Wikileaks, la nota organizzazione internazionale che raccoglie documenti riservati pubblicati in modo anonimo, a mostrare quanto le parole degli USA (ma anche da molti paesi europei, Italia – ovviamente – compresa) fossero di facciata, pronunciate senza alcuna convinzione di fondo.
Assange, il leader di Wikileaks, è in carcere, accusato di “condotta sessuale scorretta” (in soldoni: si è rifiutato di effettuare un test sull’AIDS dopo due rapporti sessuali con altrettante donne consenzienti): è stato emesso un mandato di cattura internazionale non su una violenza palese, ma basandosi su una interpretazione estremamente estensiva di una norma svedese…
Gli USA, dopo l’arresto avvenuto a Londra, stanno trattando l’estradizione.
Tutti gli attori politici negano qualsiasi tipo di pressione.
Se fosse un film, lo sceneggiatore potrebbe vincere a mani basse il Razzie Award.

Frattini, il nostro Ministro degli Esteri plaude all’accerchiamento internazionale (in questo frangente pare sia divenuto “giustizialista”, ma non c’è da preoccuparsi, gli passerà subito), che ha portato all’arresto del pericoloso ricercato, dimostrando – con quelle parole – che il reato sessuale era solo una scusa come un’altra per braccare lo scomodo personaggio.

Non si sa bene come possa finire la storia di Assange, ma è importante fare alcune considerazioni.
Internet non deve avere censure: questo è vero quando serve ai dissidenti iraniani o cinesi per mostrare al mondo la loro vera situazione e diffondere in rete il loro malessere. Quando, ad essere diffusi, sono documenti americani più o meno riservati che – tra i vari aspetti – dimostrano come le versioni ufficiali su molti fatti di cronaca fornite dai vari Stati fossero palesemente false, Internet deve poter essere controllata e, all’occorrenza, bloccata.
Una volta che un documento è stato distribuito anche su un solo sito è molto, molto difficile che se ne possa limitare la circolazione; così, se non si riesce a fermare la diffusione delle notizie, si accerchia il bersaglio e si fa terra bruciata intorno ad esso: un sito come Wikileaks ha bisogno di fondi per pagare il noleggio dei server e la banda e bloccare i flussi economici equivale a metterlo in seria difficoltà.
Una dietro l’altra, diverse società, multinazionali e non, si sono tirate indietro, sospendendo i servizi con motivazioni spesso oltre il limite del ridicolo: Paypal, ad esempio, ha bloccato il conto che permetteva a Wikileaks di accettare donazioni. Stessa cosa per Visa e Mastercard. Come, però, fa notare Charles Arthur del Guardian, alcune di queste società permettono ancora oggi di effettuare donazioni ad associazioni di legalità quantomeno dubbia, come quelle vicine al Ku Klux Klan, mentre solo per Wikileaks si è deciso, così velocemente, di bloccare l’accesso.

Anche il provider DNS, EveryDNS, ha dato forfait, vittima di un attacco di tipo DDOS che ha generato disservizi a Wikileaks ma anche a tutti gli altri clienti.
E pure Amazon che, vendendo libri, dovrebbe – in teoria almeno – avere massimo rispetto del primo emendamento, non ha avuto alcun indugio a chiudere l’accesso al suo “cloud” ad Assange.
C’è ancora qualcuno che vorrà fidarsi ad occhi chiusi di questi fornitori di servizi? Ne dubito fortemente.

Wikileaks, nel momento in cui scrivo, conta 1289 mirror: se l’intento era farla scomparire, poteva andare peggio: il numero di mirror è aumentato di venti volte via via che l’attacco a Wikileaks si organizzava e prendeva piede.
Gli hacker del gruppo Operation PayBack (operazione vendetta) in difesa di Wikileaks stanno attaccando i siti delle società colpevoli di aver ostacolato il portale, generando disservizi più o meno gravi ai loro business, con perdite di immagine e di credibilità enormi.
Le democrazie occidentali hanno scritto una delle loro peggiori pagine della storia: prima cercando di ridicolizzare i contenuti, poi screditando le fonti – che invece risultano essere di prim’ordine – poi facendo pressioni più o meno velate su società private.

Internet, se da una parte mostra la sua debolezza infrastrutturale per la semplicità con cui si può mettere fuori gioco un bersaglio, dall’altra mostra di poter resistere anche ad attacchi gravi, replicando le informazioni nella rete stessa e moltiplicando così i bersagli da colpire per oscurare l’informazione.

Forse ha ragione Liu Xiaobo, Internet è davvero un dono di Dio, che non tutti sembra apprezzino particolarmente.
Di sicuro, è un dono che non ci meritiamo.