Tutelare gli utenti e distruggere i cellulari


Preview 71 per editorialeLa tentazione per molti, specialmente per chi si sente “debole” al comando, è di limitare il dissenso fino a farlo sparire. O, più che il dissenso in sé (impossibile da eliminare anche nei regimi più cruenti), la percezione dello stesso e la capacità di manifestarlo. “Quello che non appare in televisione, non esiste”, disse tempo fa qualcuno che di televisione se ne intendeva. Ai giorni nostri, però, è tutto dannatamente difficile: non è solo il contenuto trasmesso tramite la TV a dover essere controllato, ma anche quello che appare sugli altri mezzi, tra cui quello più democratico per eccellenza, Internet.

Le differenze tra le varie nazioni, anche europee, in tema di libertà di espressione sono parecchie e talvolta sono così evidenti che non possono non far riflettere: mentre in Italia alcuni Governi (di diverso orientamento politico) hanno cercato di porre un freno all’informazione scomoda con proposte tendenti all’imbavagliamento, in altre nazioni si sono viste nascere proposte di senso opposto. Mentre qua da noi si cerca di equiparare l’informazione “alternativa” ai canali tradizionali, non nell’ottica di una maggiore tutela di chi scrive – come potrebbe avvenire in America, dove l’informazione è sacra anche quando è distorta e viene realmente considerata il cane da guardia della democrazia – quanto nell’ottica di identificazione precisa e puntuale degli autori, per poterli colpire all’occorrenza con milionarie cause per diffamazione. In Islanda, invece, è appena stata approvata quasi all’unanimità (50 a favore, 0 contrari, 1 astenuto) una legge già definita “sbavaglio” per i contenuti del testo. Vengono recepite le migliori iniziative in tema di libertà di espressione: dalla protezione totale degli informatori, già presente in Belgio, al segreto professionale rafforzato per i giornalisti, in vigore in Svezia, alla denuncia per i reati della pubblica amministrazione (USA), alla pubblicazione degli atti per trasparenza, come avviene in Norvegia, alla maggiore tutela per gli ISP che non potranno essere costretti a fornire l’identità degli utenti. Il tutto mentre l’attenzione mondiale è puntata su Wikileaks, il cui più recente scoop riguarda la pubblicazione di decine di migliaia di documenti riservati dell’amministrazione americana relativi alle operazioni militari in Afghanistan e in Iraq, smentendo e sbugiardando spesso le versioni ufficiali del Pentagono. L’Islanda si candida, così, a diventare un paradiso off-shore per la libertà di informazione, anche alla ricerca di investimenti dal settore dei new-media: vedremo nell’arco dell’anno come verranno definiti gli aspetti tecnici e burocratici.
Al di là della pubblicazione e della presenza dei contenuti in rete, un altro aspetto diventa fondamentale: l’accessibilità ad Internet (se i contenuti sono in rete e non riesco a collegarmi…). Da anni in Italia si parla di “digital divide” e si fanno enormi progetti, a parole, ma poi nei fatti c’è un immobilismo talmente evidente da far pensare al dolo più che alla semplice omissione. Questo mentre i nostri cugini (europei) finlandesi dichiarano l’accesso in banda larga a Internet come un diritto fondamentale per i cittadini…

Cambiando argomento, ultimamente si sono verificati diversi fatti di una certa importanza: la definizione dell’acquisizione di Sun da parte di Oracle ha portato le prime novità, non tutte positive a dire il vero. Viene garantito ed incentivato lo sviluppo di MySQL e Solaris 11, ma verrà interrotto quello di OpenSolaris, sostituito da una versione “Express”: Oracle non desidera continuare a gestire una community opensource per il progetto, concentrando gli sforzi per il codice aperto su Linux (ad esempio, l’azienda è il principale sponsor di BTRFS, di cui si parla nelle kernel news di questo numero).
Oracle, inoltre, ha deciso di denunciare Google per la violazione di 7 brevetti relativi allo sviluppo di Android: ad essere sotto accusa è la virtual machine simil-java Dalvik, nonostante essa sia una implementazione “Clean Room” ed utilizzi un’architettura ed un bytecode differenti. Curiosamente nel team legale di Oracle c’è un certo David Boies, che i più attenti ricorderanno nella causa SCO vs IBM (dalla parte di SCO, tanto che qualcuno già soprannomina SCOracle l’azienda di Ellison). Google ha preso tempo per commentare la notizia, ma dubitiamo fortemente che possa decidere di accogliere le richieste di Oracle che, tra le altre cose, prevedono la distruzione di tutti i dispositivi basati sul sistema operativo oggetto della contestazione.

C’è da dire che anche Sun Microsystems provò al tempo a vendere licenze di Java a Google, ma con scarso successo: diversi commentatori sono concordi nel sostenere che, se Sun avesse avuto i conti in ordine, avrebbe iniziato da tempo una causa contro Google, al pari di quella iniziata contro Microsoft anni addietro (anche se per ambiti diversi, ma sempre inerenti a Java), conclusa con l’azienda di Gates costretta a pagare 1.6 miliardi di dollari a Sun.
Android è sotto attacco anche da parte di Apple, che ha denunciato HTC (non direttamente Google) per la violazione di diversi brevetti, alcuni dei quali intestati direttamente a Steve Jobs (ad esempio il multi-touch): Google al momento resta defilata, non offrendo, almeno pubblicamente, nessun supporto ad HTC per la causa contro Apple.
Non sarà che tutte queste attenzioni “legali” per Android siano fomentate dal trend di crescita della piattaforma che, complici anche i problemi di ricezione di IPhone 4, sembra inarrestabile?