Gli affari sono affari


oracle_sunsetSono passati esattamente sei mesi da quando ho scritto della fagocitazione ufficiale del boccone Sun da parte di Oracle. E` arrivato il momento di fare il punto della situazione, con notizie non tutte esattamente positive.
Partiamo dal punto saliente: Oracle con l’acquisizione di Sun, ribattezzata Oracle America, si ritrova un parco di prodotti hardware e software di tutto rispetto. Ma le ultime novità si concentrano soprattutto intorno a:

  • OpenSolaris: purtroppo il progetto sarà eliminato, a quattro anni dalla sua nascita. Di fatto Solaris fa capo a un mercato enterprise sinonimo di UNIX che, da qualche decennio, fa girare miliardi di dollari di fatturato: la base installata è superiore a quella di IBM e Hewlett-Packard messe insieme. Oracle punta all’integrazione con le sue applicazioni e con il suo hardware, questo era ovvio, ad ogni livello; ma in questa strategia non c’è spazio anche per una comunità di sviluppo open source. Gli investimenti per la realizzazione di Solaris 11 aumenteranno, continuando a contribuire a progetti open source che sono diventati infrastruttura comune per tutti i sistemi operativi *NIX (Gnome, Perl, Apache Web Server, …), ma gli sviluppi originali non saranno ritornati alla comunità in tempo reale (nightly builds). OpenSolaris sarà sostituito da Solaris 11 Express, rilasciato in forma solo binaria alla fine del 2010, che condurrà al rilascio di Solaris 11 nel 2011. Non saranno rilasciati il sorgente e le documentazioni di progetto che in seguito al rilascio della major release, con lo sviluppo che tornerà ad essere chiuso; il sorgente dovrebbe continuare ad essere distribuito sotto la Common Development and Distribution License (CDDL). La comunità di OpenSolaris ha reagito a queste notizie prima chiedendo spiegazioni a Oracle, poi creando il progetto ILLUMOS in seguito all’assordante silenzio di una risposta non pervenuta. ILLUMOS mira a sostituire le parti binarie di codice proprietario Oracle con degli equivalenti open source, mantenendosi il più possibile allineati ai rilasci ufficiali del sistema operativo.
  • Hardware: fortunatamente Oracle non è intenzionata a mollare lo sviluppo delle CPU SPARC. Sembra che entro il 2015 voglia avere sistemi con 128 core, pari al supporto di 16384 thread di esecuzione contemporanei. Probabilmente sostituirà, per i sistemi x86, il supporto alle CPU AMD in favore di Intel, favorendo le vecchie relazioni di Oracle.
  • Java: il 12 agosto Oracle ha iniziato una causa contro Google riguardante la violazione di sette brevetti concernenti le tecnologie Java, a causa dell’implementazione che se ne fa nell’ambiente operativo per piattaforme mobili Android. Ricordiamo che questo, basato su Linux e su un ambiente simil-Java Virtual Machine (JVM) chiamato Dalvik, ufficialmente non è Java: usa un altro formato per il bytecode, non c’è codice Sun nella macchina virtuale (che ha un’architettura diversa), mentre la libreria di classi è derivata da Harmony, implementazione di JVM del progetto Apache. Quella che si dice una clean-room implementation, anche se parecchi degli ingegneri che lavorano su Dalvik provengono da Sun, come il CEO di Google Eric Schmidt. Android sta facendo estremamente bene nel campo degli smartphone: nel secondo quarto del 2010 ha una percentuale di mercato superiore a quella di Apple iOS, ovvero il 17.2%, ed è solo all’1% da RIM Blackberry OS. Solo il 41.2% di Symbian (Nokia) per il momento resiste alla marcia trionfale del droide, che comunque ha una pluralità di modelli e produttori all’attivo. Oracle punta direttamente alla gola di questo mercato miliardario con i suoi legali, tra i quali c’è quel David Boies che molti lettori ricorderanno essere tra gli avvocati di punta di SCO nella causa contro IBM (Groklaw avrà ancora molti anni di lavoro di fronte a sé). Google ha risposto con una dichiarazione di circostanza, dicendo che la causa è senza merito e che combatterà strenuamente per difendere Android: anche perché Oracle richiede che i milioni di dispositivi che lo utilizzano siano “confiscati e distrutti”.

Bisogna ricordare che Sun nel 1997 ha iniziato una sequela di cause nientemeno che contro Microsoft, proprio con Java al centro della disputa. Microsoft aveva realizzato una sua JVM e aveva esteso il Java Runtime Environment (JRE), la libreria di classi che fa parte della specifica della piattaforma Java, per introdurre la gestione di caratteristiche proprietarie del sistema operativo Windows. Le cause si sono concluse nel 2004 con un pagamento di Microsoft a Sun di 1.6 miliardi di dollari per liquidarla. Si ricordi che le tecnologie .NET sono figlie di quell’accordo: Microsoft non voleva consegnare a Sun il vantaggio strategico dello sviluppo di Java, per cui si è fatta il suo Java personale, anche se si scrive C#. E in questo momento deve essere proprio contenta del suo investimento. Come deve essere contento Steve Jobs, amico di vecchia data di Larry Ellison, CEO di Oracle. Apple ha già portato in tribunale HTC, uno dei produttori di punta di modelli di smartphone Android, per violazione di una certa quantità di suoi brevetti, ma non ha tirato direttamente in causa Google; la quale si è ben guardata (al momento) dal difendere HTC.

Probabilmente uno dei punti di forza dell’accordo Sun-Oracle è stato proprio lo stato dei brevetti relativi a Java, in particolare la relazione con Google. James Gosling, conosciuto come il padre di Java, conferma questo punto di vista; egli è stato uno dei molti che ha lasciato Sun dopo il completamento della fusione con Oracle.

Questo sembra essere l’inizio di una lunga battaglia legale. Purtroppo l’esito non ne sembra al momento prevedibile; anche per tutte le altre JVM come Apache Harmony, JamVM, etc., o le implementazioni di JRE come Harmony o Classpath che, non essendo basate su codice OpenJDK e non avendo superato il Test Compatibility Kit, non possono fregiarsi del marchio Java e quindi sono soggette all’azione legale di Oracle.

Purtroppo i brevetti sul software nella maggior parte dei casi non servono al piccolo inventore per diventare ricco. Diventano armi per mettere i bastoni fra le ruote degli avversari o per fare soldi da parte dei cosiddetti “patent troll”, come testimoniato dalla stessa Oracle nel 1994, il genere di azienda che nessuno vorrebbe avere contro in una lite legale. Ma questo è il soggetto per un’altra storia. Pardon, articolo.