Internet era tra le tre famose I del quarto Governo Berlusconi, insieme ad Impresa ed Inglese. E’ sopraggiunta la crisi e gli 800 milioni promessi per l’infrastruttura, per cercare di portare la banda larga un po’ ovunque, hanno dovuto cedere il passo ad investimenti più importanti. Niente banda da 2 Mbit garantita per tutte le famiglie, come aveva garantito il ministro Brunetta e niente di fatto anche per quei 50 o 60 mila nuovi assunti che – si stima – avrebbero trovato lavoro nell’indotto.
Internet può attendere: peccato, perché con la banda larga magari si potrebbero lasciare a casa (a lavorare, però) un discreto numero di pendolari che ogni mattina salgono sui treni, permettendo loro di non perdere inutili giorni di lavoro quando sono impossibilitati a muoversi.
Per una nevicata, ad esempio.
Se però Internet diventa “cattiva” merita subito attenzioni: il gesto di un ragazzo in cura per problemi psichiatrici che lancia una statuetta contro il Premier, ferendolo, diventa un pretesto per una regolamentazione di emergenza. E durante l’emergenza è sempre la “pancia” a prendere il sopravvento, mai la “testa”: si preannuncia un giro di vite per controllare la Rete, incubatrice di odio.
Creare per scherzo su Facebook un gruppo di ammiratori dello psicolabile attentatore potrebbe diventare reato, addirittura un semplice click come “diventa fan” sarebbe a rischio penale.
Se non fosse che è il Ministro dell’Interno Maroni a parlare, verrebbe da guardare il calendario, per sincerarsi che Aprile sia ancora lontano: così, anziché scusarsi con i cittadini di non essere neppure riuscito a garantire la sicurezza del Premier da un “nemico” tutto sommato innocuo, alza la posta indirizzando le accuse verso la Rete (l’attacco è sempre la migliore difesa).
Con il passare dei giorni la “testa” torna a comandare: Internet non è un luogo diverso dagli altri, le leggi ci sono già ed è sufficiente farle applicare.
Internet è così simile alla vita reale che il Tribunale di Roma ha dato ragione a Mediaset nella causa contro Google: il contendere riguardava i numerosi filmati presenti sulla famosa piattaforma di streaming YouTube i cui diritti appartengono ovviamente a Mediaset. Il giudice ha ritenuto di non poter equiparare a “provider di spazi web” Google, ma anzi di considerarlo un Editore in senso “classico”, che guadagna con la pubblicità e che, però, risponde dei contenuti pubblicati.
Una interpretazione molto diversa rispetto alla normativa europea sugli UGC (User-Generated Content), dove a rispondere sono solo gli utenti che caricano materiale protetto e mai i provider che metteno solo a disposizione il mezzo: sarà una interessante e avvincente sfida legale.
Per quanto la mia simpatia vada in questo specifico frangente a Mediaset, almeno come questione generale, non certo per il calcolo adottato per la compensazione economica anacronistico a dir poco, l’intera vicenda mette un po’ di tristezza, soprattutto visti i trascorsi di Mediaset che, quando ancora si chiamava Fininvest, giocava a fare surf sopra le regole e inondava ogni spazio non transennato (cit.). Ma il business viene prima di tutto, e una causa civile è un tavolo di discussione come un altro dove gettare le basi per un futuro accordo.
E sempre di business si parla quando, su Internet, si accende la protesta per l’acquisizione di Sun Microsystems da parte di Oracle. Il contendere è la sorte di MySQL e c’è chi si preoccupa un po’ in ritardo: Monty Widenius, uno dei fondatori di MySQL, ha aperto una petizione “Help MySQL”, non ricordando di aver ceduto il database a Sun Microsystems per 1 miliardo dei dollari senza condizione alcuna (ma, si sa, pecunia non olet).
Dimenticando alcuni dettagli: MySQL è GPL e rimane GPL; InnoDB (il motore transazionale di MySQL) appartiene da anni ormai a Oracle e se avesse voluto danneggiare MySQL lo avrebbe già fatto; tutte le società possono continuare a vendere consulenza e a mantenere fork; le licenze OEM – il vero cruccio di Monty a quanto pare – possono essere vendute solo da chi detiene il copyright del codice e, quindi, solo da MySQL prima, da Sun Microsystems adesso, da Oracle domani (fonti bene informate danno l’ok della commissione europea come certo).
La protesta, tra l’altro arrivata fuori tempo massimo, sarebbe stata retrocessa a mere “questioni di bottega” se non fosse che pure Stallman si è schierato contro l’acquisizione di MySQL, in quanto la GPL non sembrerebbe offrire necessarie garanzie per garantire la libertà del software.
http://link.oltrelinux.com/d4a7dd
Qualche bug legale? No assolutamente. “Banali” questioni di mercato: un fork potrebbe non catalizzare sufficienti risorse – economiche, di sviluppatori core – per renderlo competitivo.
Che avesse ragione Eric S. Raymond quando si chiedeva a chi servisse veramente la GPL?



Apprezzo i tuoi editoriali da sempre, la banda larga e’ un tema che parte dai “filosofi greci”, e, la storia ci insegna che gli investimenti nelle infrastrutture si fanno proprio nei periodi di vacche magre, se noi poi quando torna l’ottimismo ci si ritrova al palo ed e’ troppo tardi per tutti. Per cui battiamo la gran cassa e … “banda per tutti” :)
Da qui a saltare al telelavoro la vedo un po’ piu’ difficile, gli aspetti di relazione e organizzazione aziendale sono una bella sfida, e forse in italia tra tutti i ruoli sono proprio i tecnici quelli piu’ preparati …
Ciao Daniele.
Per circa nove anni io ho telelavorato. Nel senso che sviluppavo per lo piu` software da casetta mia, rispondendo a telefonate per assistenza e comunicando con i clienti tramite l’usuale miscela di e-mail, cellulare e Skype che in questi contesti di solito si adopera. Uscivo di casa solo quando era necessario andare personalmente dai clienti per riunioni (il feedback visuale diretto ancora non e` sostituibile, secondo me, con la videoconferenza) e robe da fare a domicilio (come test sui loro sistemi). E anche quando era buio, per evitare che il sole mi dissolvesse.
Certo, sto falsando questo post perche’ nella mia precedente vita ero libero professionista; in tal caso lavorare da “home office” e` una scelta quanto un’altra. Risparmi, ma ti esponi al problema che i tuoi figli piccoli facciano casino e cattiva impressione sul cliente mentre stai telefonando. Era definitivamente bello per un casalinguo come me…
Ma per chi e` dipendente come sarebbe l’esperienza? Parto dal caso degli USA, ove questa forma di lavoro e` relativamente diffusa. Quando sei inserito in una ditta, anche se non te ne rendi conto, ti esponi continuamente a un insieme di interrelazioni sociali che ti danno retroazione sull’andamento delle cose: pettegolezzi, notizie dell’andamento dello sviluppo, scambio di impressioni, etc. Se ti metti al di fuori di tale contesto, semplicemente perdi il polso della situazione; nel mio caso, io ricevevo notizie a “burst”, durante i miei contatti occasionali (cosa del tutto diversa rispetto a una retroazione continua).
Il telelavoro e` un bel salto per un dipendente che, per certi versi, puo` anche favorire il passaggio ad altra occupazione. Il datore di lavoro, infatti, puo` sentirsi insicuro a farti lavorare a casa: nei casi piu` particolari, perde il controllo diretto sulla tua attivita` e questo lo fa stare male.
Il fenomeno e` abbastanza noto e stigmatizzato in questo articolo: http://www.randsinrepose.com/archives/2009/04/15/the_pond.html
Quindi: secondo me solo poche categorie o relativamente poche persone sono pronte per telelavorare, assumendosi i propri rischi professionali e sociali in un contesto immaturo quale quello italiano. In questo ti do ragione.
Nonostante tutto, continuo a concordare con Patrizio, perche’ non si puo` (ad esempio) fare concorrenza ai cinesi pagando i lavoratori sempre meno e pretendendo il triplo della preparazione. Continuo a pensare che diminuire lo scambio di materia (il trasporto delle persone) e l’inquinamento sia un buon metodo per abbattere i costi per un’azienda. E diminuire lo stress del lavoratore e` un buon metodo per creare una societa` migliore.
Ciao Antonio,
concordo anche io che il telelavoro sia una opportunita’ da non farsi scappare, e la banda larga e’ una “Condicio sine qua non”, forse siamo gia’ in ritardo, soprattutto per il nostro territorio dove ancora fatica ad arrivare l’ADSL.
E’ importante pero’ non trascurare la parte culturale, giuridica e organizzativa che deve evolversi come e forse piu’ di quella tecnica.
Nella tua “precedente vita” presumo che i tuoi clienti fossero aziende, probabilmente avevi a che fare con dipendenti che si interfacciavano con te essettamente come te con loro, forse da un ufficio e non da casa, per questo dicevo nel mio post che i tecnici sono i piu’ preparati piu’ che il loro status.
In questo senso e’ importante che l’accesso venga garantito in modo diffuso, cosi’ come fu fatto per il telefono o la TV, per evitare che se vivi a Milano o Roma lavori se no ti ci trasferisci perche’ non puoi piu’ nemmeno fare il pendolare, visto che l’ufficio non c’e’ piu’ :)
Mentre per l’aspetto sociale/organizzativo il tuo esempio e’ esattamente quello che intendevo, il contesto informale non e’ da sottovalutare e credo possa non essere perso anche con il telelavoro, anzi debba essere incentivato, tu hai presentato una situazione in cui il telelavoratore e’ 1/N che ovviamente lo taglia fuori, diverso sarebbe se fosse diffuso e gestito avevo letto qualche cosa sull’argomento che mi aveva aiutato a capire, se sei interessato un titolo e’ “La forza delle reti di relazioni informali nelle organizzazioni. L’organizational Network Analysis”.
Ciao
Daniele
Ciao Daniele.
Ho sempre pensato che scrivendo ci sia un’occasione per imparare personalmente, piu` che per insegnare ad altri. Grazie per il titolo del libro, cerchero` di procurarmelo alla prima occasione.
Purtroppo non ho molta fiducia ne’ che l’infrastruttura delle comunicazioni vari in modo significativo in questo paese, almeno in tempo breve, ne’ che cambi la cultura dei datori di lavoro. :-(
Forse tra una generazione o due…
A presto,
Antonio
Purtroppo la penso come te ci vorra’ qualche generazione :( grazie per il sito ho appena finito di leggerlo, ed e’ molto interessante, anche il libro annesso.
Ciao
Daniele
Ciao Daniele, ciao Antonio, intanto grazie per i riferimenti, come dice Antonio, scrivendo c’è sempre da imparare. Porto a mo’ di riflessione la mia esperienza di ex-pendolare ed estimatore del tele-lavoro.
Ho viaggiato per diversi anni, facendo ogni giorno tre ore abbondanti di treno tra andata e ritorno (casa mia distava dal posto di lavoro circa 120 km), e come tanti pendolari italiani ogni giorno era un’avventura che ti faceva maledire le ferrovie dello stato (e per me che sono un estimatore del treno come mezzo di trasporto la faccenda era ancora più frustrante), e contemporaneamente vagheggiare il tele-lavoro. Vero è che quelle tre ore le impiegavo spesso con profitto leggendo tutto quello che avevo voglia o necessità di leggere, e talvolta accendevo il portatile per iniziare a far qualcosa (pratica poi abbandonata quando i continui sobbalzi della linea ferroviaria mi hanno danneggiato il portatile, con conseguenti spese di riparazione ecc ecc, grazie FS….).
Riflettendoci su e parlando con altre persone, l’unica obiezione che avevo era che ci voleva una auto-disciplina maggiore: quando sei a casa le distrazioni possono essere maggiori (ed io in particolar modo: parafrasando De André, “mi innamoro di tutto”).
Poi la svolta, per vicende personali mi sono trasferito in un altro posto e ho smesso di fare il pendolare, avendo il posto di lavoro a mezzora scarsa di macchina da casa (coi mezzi pubblici ci metterei, purtroppo, un’ora e mezza): cambiata sede ma non lavoro (inteso come azienda, gruppo e progetti), per cui mi sono trovato nella singolare situazione di fare tele-lavoro, pur non lavorando da casa.
E qui ho iniziato a sperimentare concretamente cosa significhi essere “fuori dallo stagno” (per riprendere l’ottimo spunto segnalato da Antonio). E’ vero, è difficile, e la sensazione di essere fuori dalla vita del gruppo è ben presente. Se i rapporti personali erano buoni prima del distacco, in genere continuano ad essere buoni. Ma se non lo erano, le cose non migliorano e in alcuni casi peggiorano.
E’ vero che la tecnologia non è una soluzione, ed è vero che i sistemi attuali di comunicazione non sostituiscono l’immediatezza della presenza fisica.
In effetti è un po’ come i libri elettronici: sono secoli che sfogliamo pagine, questa cosa probabilmente ci è entrata nel patrimonio genetico, e leggere un libro in formato elettronico è sicuramente un’esperienza profondamente diversa (e almeno per me non soddisfacente) dal leggere un libro cartaceo.
Ci vorrà del tempo perché leggere libri (e quant’altro) in formato elettronico diventi naturale. E così ci vorrà del tempo per imparare a cooperare a distanza.
Ritengo anche io che si tratti di una questione di cultura, e in quanto tale, che richieda del tempo (poco o molto non saprei).
Probabilmente investimenti statali nella creazione delle infrastrutture necessarie potrebbero accelerare questo processo, ma non è detto: a volte capita che cose innovative vengano bellamente ignorate dalla gente, che semplicemente non ci si sente a proprio agio.
A questo proposito mi ricordo un passo del libro di Nicholas Negroponte “Being Digital”, in cui racconta del sistema di presenza remota, commissionato se non ricordo male dal Dipartimento della Difesa Americano, che doveva aumentare la sicurezza dei capi di stato delle nazioni (occidentali) quando si incontravano per discutere di questioni capitali. Il timore era per la minaccia che riunendo tutti i capi di stato in un unico luogo fisico, un attentato avrebbe decapitato in un solo colpo tutte le principali democrazie occidentali (all’epoca si era in piena guerra fredda). era dunque necessario pensare ad un sistema che permettesse degli incontri in remoto, in cui ogni capo di stato non si muoveva, e al tempo stesso poteva incontrarsi e comunicare in tutta sicurezza con i suoi pari.
Questa cosa venne commissionata al MIT, il quale tirò fuori una soluzione spettacolare, per cui su un tavolo erano presenti i busti delle persone (dei capi di stato in remoto), e questi busti erano in grado di seguire con lo sguardo, il movimento e la voce delle persone fisicamente presenti nella stanza. Un sistema di microfoni e altoparlanti poi ovviamente riportava le voci delle persone in remoto, sempre attraverso questi busti. Era un sistema al limite della fantascienza, e non venne adottato perché il militare che andò a visionarlo rimase impressionato e turbato dal disagio che quelle teste parlanti e comunicanti gli trasmettevano.
Ciao
Daniele
Ciao DanieleG,
(giusto per evitare un ” warning: “Daniele” redefined “)
Ho dato una occhiata al libro segnalato da Antonio e mi sembra di qualita’ superiore al mio, e’ gia’ in acquisto :)
Sono uscito da poco dal Digital Divide e spero di non uscire dal tema, cerco di applicare le regole delle BBS di un tempo, cmq non sapevo della storia del MIT, avvalora la tesi che essere “cuturalmente” pronti non e’ scontato. Un domani avatar sara’ possibile, ma chi sarebbe pronto ?
Ciao
Daniele
Ciao Daniele,
quel libro e` una raccolta selezionata dei post di quello che in Italia sarebbe il team manager o responsabile tecnico di un gruppo software, fatto nello stile di scrittura che preferisco. Rands in Repose contiene letture obbligatorie per coloro che si occupino di software a tutto tondo, includendo anche gli aspetti che riguardino gli algoritmi delle relazioni umane. Il team fa parte del processo; il cosiddetto Peopleware (vedi l’omonimo libro).
Per quanto riguarda gli avatar: quando sono nato io (1971) i computer erano grossi come stanze e Internet aveva tre anni. Il mio primo account su una macchina UNIX e` del 1991 (Olivetti LSX3020, 16MB di RAM). I miei figli sono nati in un mondo da tempo conosce gia` i cellulari, Internet non ne parliamo e Second Life e` un fatto normale. Chissa` cosa sara` normale per i figli dei miei figli? :-D
Chissa` se cadremo tutti nell’oblio o contribuiremo a creare Avatar? E` tutto potenziale umano. Il Peopleware. Indirizziamolo verso il bene comune.
Inoltre le stangone blu da tre metri mi provocano un preoccupante interesse…
Eh Antonio, io sono di qualche anno (pochi) piu’ vecchio di te, e buttandola sull’ amarcord, all’ inizio era vic20, poi apple IIc (grande macchina, e soprattuto grande asm motorola) poi, anchio mi sono infilato nel tunnel dei 286 .386 ecc.. (che passo indietro), mainframe PDP11 e VT100.
Ora sta arrivando il “cloud-computing” e i netbook, mah … un po provacatoriamente direi che non mi sembra sta gran novita’ il vt100 era 80×24 con il netbook saremo a 1024×768 , dai mainframe con 16M di ram ai server con 16G di ram … un po di ritorno al passato c’e’ no ? :-)
Dimenticavo, Digital se ne andato e adesso di chiama RHE :)