Le magie del software proprietario: la “sparizione”


Oracle è il colosso informatico che tutti conoscono: partito dallo sviluppo di un database negli anni ’80, ha presto conquistato tutti i principali ambiti business, diventando uno dei principali attori del mercato, ma anche uno dei più temuti “squali”, potendo contare su notevoli risorse economiche. Larry Ellison, il leader nonché la “mente” dietro alla società, è ben conosciuto per la spregiudicatezza con la quale si muove nella finanza.

Negli ambiti top-enterprise – è noto – la crescita di share di mercato non avviene, come generalmente si pensa, grazie ai nuovi clienti (c’è una inerzia molto forte nell’adozione di nuove soluzioni e flussi molto lenti e spesso a segno zero – per un cliente “rubato” ce n’è un altro “perduto”), ma grazie alle cosiddette M&A (merge&acquisition): si inglobano, cioè, nuove società e, con esse, anche i relativi contratti in essere; sono le sinergie e le economie di scala (sperate) a rendere economicamente appetibili questo tipo di operazioni.

In questo “Risiko” aziendale, uno degli ultimi territori conquistati da Ellison è stato Virtual Iron, uno dei leader dei software di virtualizzazione, basato, in tempi non sospetti, su Xen (prima che quella di basare le soluzioni fai-da-te-in-poco-tempo su Xen diventasse la moda mondiale), ma con parecchie estensioni proprietarie che, da subito, hanno fatto la differenza: Virtual Iron proponeva soluzioni di alta affidabilità prima ancora dello Xen “ufficiale” di Citrix, vantando poi sull’argomento una maggiore maturità ed esperienza.

Chi mal digeriva VMware, anche per via dei costi, e voleva una soluzione di classe “enterprise”, è molto probabile abbia scelto di utilizzare Virtual Iron per la propria farm virtuale.
Sbagliando.

Dopo l’acquisizione, Oracle ha fatto circolare una comunicazione ai partner indicando come prossima la dismissione del software: una forte contrazione dell’organico della società, nuove licenze congelate, un probabile abbandono al termine dei contratti di supporto in essere, sembra questo il futuro di Virtual Iron, secondo quanto riportato da numerose fonti.

Immaginate solamente la situazione: clienti infuriati, anni di investimenti con “zeru tituli”, conoscenze acquisite da buttare, nuovi investimenti obbligati…
Negli ultimi mesi Oracle ha acquisito anche Sun Microsystems – lo si diceva all’inizio che le risorse non mancano – e con esso una svariata serie di prodotti, tra cui Solaris, Java, ma anche MySQL, che è finito in mani del “nemico” storico.

All’indomani dell’acquisizione già circolavano le prime notizie di fork di MySQL e, giorni dopo, era già stata fondata la Open Database Alliance che, di fatto, potrebbe portare avanti lo sviluppo di una versione del noto database open unendo gli sforzi di società ben note nell’ambito.

I clienti sono tutto sommato sereni, vigili come è ovvio debbano essere vista la situazione, ma non c’è isteria: nessuno è lasciato a se stesso e, nel caso in cui Oracle volesse interrompere lo sviluppo ed il supporto, altri potrebbero prenderne il posto, con candidature più o meno ufficializzate.

La differenza tra le due situazioni non è la società che decide, in questo caso sempre Oracle, è il software.  E non il software in sé, ma la licenza di quell’applicativo: Virtual Iron è un software proprietario, MySQL è un  software Open Source.

Quando si deve scegliere cosa adottare, oltre all’azienda, oltre al prodotto, oltre alla customer-base, oltre al costo, i dirigenti oggi non possono non considerare anche la licenza. Con che peso? Varia di caso in caso, di ambito in ambito, ma quello che è certo è che non stiamo più parlando di aspetto che si possa ignorare considerandola solo robetta per avvocati e qualche sviluppatore troppo sensibile.

Oracle non è la prima azienda a comportarsi così, né sarà l’ultima: i prodotti “chiusi” seguono necessariamente le necessità di chi produce, non di chi compra, specialmente quando sono leader di certi mercati.

Oggi potete continuare ad utilizzare MySQL 5.0 anche se c’è la versione 5.1 e, pure quando uscirà la 5.4, nessuno vi obbligherà ad installare la versione che non volete.

Oggi non potete, invece, acquistare un computer con Windows XP – tranne rari casi e con ingarbugliate politiche di downgrade e di supporto: c’è chi ha scelto per voi cosa dovete acquistare e non perché ne abbiate la necessità (sono molti più quelli che farebbero volentieri a meno), ma perché il produttore ha deciso che per voi è ora di cambiare, perché i suoi investimenti devono essere coperti da nuove vendite e da costosi upgrade, perché queste sono le regole del mercato e il mercato non può avere torto.

Il cliente pensa sempre di poter scegliere, ma spesso la scelta vera è una pura illusione: con la speranza che non rimanga da decidere unicamente l’albero al quale essere impiccati.

Patrizio Tassone

p.s. talvolta consideriamo l’uso di Facebook o di Twitter, al pari di una pausa-caffè. In Iran, dove sono in atto scontri cruenti post-elezione e dove c’è la censura di regime, c’è chi sfida la morte per scrivere qualche parola in un inglese scomposto, appena sufficiente per farsi comprendere.
Buona parte dell’informazione proveniente da quei territori oggi è veicolata grazie a queste tecnologie – che non sono solo un gioco – e nasce dal coraggio di questi ragazzi.