Obama, the Open Source president


A volte si parla poco di politica. E non parlo di quella politica stagnante, autoreferenziata, che vuole tradurre il potere in poltrone e le poltrone in potere.
Anche se in Italia non è facile ricordarsene, c’è un’altra politica, quella buona, quella lontana dagli interessi dei pochi, lontana dai sondaggi e dal populismo più o meno spinto, quella che dovrebbe cercare di fare gli interessi di tutti.


Una politica che prende decisioni, e grazie ad esse riesce a cambiare lo stato delle cose, spostando interessi, equilibri, affossando o ridando slancio ad una nazione, togliendo o garantendo un futuro ad una popolazione.
E’ una politica responsabile, che sa che una decisione sbagliata peserà non solo sulle generazione presenti ma anche su quelle future, ed una giusta sarà solo il primo passo verso un paese migliore. Una politica che non deve essere a favore di lobby perché queste hanno più soldi o più potere, perché se la nazione cola a picco, non c’è lobby che tenga.
Se, tra i leader del mondo, ce n’è uno che incarna un nuovo modo di vedere la politica, questo è sicuramente Obama.
In campagna elettorale il nuovo Presidente degli Stati Uniti aveva garantito che la Rete sarebbe rimasta libera. In questi ultimi giorni è andato oltre: ha dichiarato di voler controllare i budget di spesa riga per riga, per eliminare gli enormi sprechi che anche negli Stati Uniti sono presenti.
In quest’ottica, ha chiesto ad uno degli imprenditori più noti e stimati, Scott McNealy, uno dei fondatori di Sun Microsystems, di valutare se e come l’opensource avesse potuto migliorare i conti americani.
Obama che chiede di utilizzare software open, mettendosi di traverso a tutte le multinazionali del software presenti negli Stati Uniti? Già.
La risposta di McNealy è ovviamente stata positiva, ma non ci saremmo aspettati niente di diverso dal fondatore di Sun: l’opensource avrebbe sicuramente fornito vantaggi enormi, in primo luogo impedendo il cosiddetto “locked in”, l’essere cioè legati ad uno specifico vendor per una soluzione; in secondo luogo, garantirebbe un risparmio notevole sul fronte dei costi di acquisizione del
software (e si parla di svariati miliardi di dollari).
Nell’esporre queste sue argomentazioni McNealy non era solo, ma affiancato e supportato da OSI, nella persona del presidente Michael Tiemann, tra l’altro anche vice-presidente di RedHat.
Ovvio che la strada sia ancora tutta in salita, ovvio che non sia così automatica l’analogia “software proprietario = maggior costo,
opensource = risparmio” se le scelte non vengono ben ponderate, ma sono sicuro che Obama, forte delle attese degli americani, saprà circondarsi dei migliori professionisti.
Un eventuale successo americano potrebbe aprire all’utilizzo del software opensource in tutto il resto del mondo, senza paure o critiche immotivate, impedendo sul nascere ogni pressione.
E in Italia? Negli stessi giorni dell’annuncio della BBC riguardo all’apertura di Obama verso il
software open, anche Berlusconi e Brunetta hanno sentito la necessità di dire la loro in temi di riforma della Pubblica Amministrazione, vantandosi di un accordo con Microsoft per un progetto di e-gov che permetterà di risparmiare 75 miliardi di euro entro il 2012.
Per carità, speriamo non sia solo propaganda, se il progetto vedesse la luce sarebbe già un passo avanti non da poco: è solo che, dalle parole ai fatti, la strada è abbastanza tortuosa e non basta consegnare la cartella stampa della conferenza su una chiave USB per sentirsi “hi-tech”.
Di opensource, ovviamente, non se ne parla: ma qua siamo in Italia, mica in America.