L’OpenSource e la crisi mondiale: una grande opportunità?


Tagli al personale e riduzione degli investimenti IT sono tra i primi effetti della crisi mondiale che sta coinvolgendo pesantemente anche le aziende tecnologiche: con perdite che stanno intorno al 20%, per le società più fortunate (e solide), ma che arrivano e superano anche il 70% in alcuni casi, la situazione non sembra lasciare spiragli di alcun tipo.

Eppure, in questi frangenti, non tutti vedono nero, e c’è qualcuno che riesce ad essere ottimista.
E non è un pinco pallino qualsiasi, ma colui che è alla guida della società che forse, più di altre, ha permesso a Linux di entrare nel mondo enterprise: sto parlando di Jim Whitehurst, CEO di RedHat, e delle dichiarazioni rilasciate a ZDNet Australia, reperibili all’indirizzo (semplificato):
http://link.oltrelinux.com/7abaa5
Tra le varie domande che vengono poste a Whitehurst, una in particolare merita attenzione:
“[…] Tell me your thoughts on the financial crisis, what it means for tech, and for open source?”
“Siamo nel mezzo di una crisi finanziaria, cosa ne pensa e cosa significherà per l’IT e per l’open source?”.
Un assist che il CEO di RedHat non spreca: questa crisi, dice, mi ha fatto incontrare CIO che non avrei potuto incontrare prima, che non utilizzavano opensource, avevano una infrastruttura di base su Microsoft e Java ma che adesso subiscono pressioni per tagliare i costi e, per farlo, vogliono far entrare l’opensource nelle loro infrastrutture.
Lavorando nell’IT capita spesso di vedere utilizzati strumenti sovradimensionati per il problema da risolvere: da consulente di database MySQL, in particolare, vedo spesso usare Oracle dove MySQL potrebbe essere una soluzione più che valida, anzi in alcuni casi addirittura da preferire per la maggiore snellezza e scalabilità orizzontale.
Lo stesso dicasi per quanto riguarda gli application server java proprietari, quando JBoss e GlassFish potrebbero essere eccezionali rimpiazzi, per giunta a buon mercato.
E allora perché si continua a spendere in quei software?
Beh, la domanda andrebbe posta al contrario: perché non acquistarli, se il dirigente di turno ha maggiore tutela, ha fondi a disposizione e quella scelta non può essere contestata né dai superiori né dagli eventuali soci?
Sarà proprio il taglio dei fondi che, in un certo senso, obbligherà quei dirigenti ad entrare più nel merito della questione, valutando di volta in volta le soluzioni da adottare, non solo consultando gli ultimi focus delle società di consulenza strategica di turno, ma – soprattutto – fidandosi dei propri tecnici e dei propri consulenti.
Perché c’è sempre un aspetto da considerare: se un progetto viene sviluppato con strumenti totalmente open, sulle quali c’è un know-how interno, quel progetto può essere clonato a costi ridotti, e non acquistando nuove (costose) licenze.
Il problema semmai, per certi vendor come RedHat, è un altro: “By far our biggest competitor is not Microsoft, it’s people who stop paying us but continuing to use our software”. “Il nostro più grande concorrente non è Microsoft, ma sono le persone che smettono di pagarci nonostante continuino ad utilizzare il nostro software”. Riuscire, cioè, a far valere la qualità del supporto, affinché il cliente riesca a vedere come un vero investimento l’utilizzo di quel know-how fornito a pagamento.
Ma chi ha vinto per tre anni di seguito la classifica di CIO Insight come migliore partner, difficilmente potrà offrire un servizio di qualità non eccellente.