Privacy, questa sconosciuta (ma è sempre per il nostro bene)


La voce circolava già da qualche giorno, ma a confermarla è stato direttamente Steve Jobs in persona in una intervista rilasciata al Wall Street Journal: il nuovo telefonino di casa Apple dispone di un meccanismo tale per cui la casa madre può “disattivare” (ancora non è chiaro cosa questo significhi) alcune applicazioni caricate sull’iPhone. “Hopefully we never have to pull that lever, but we would be irresponsible not to have a lever like that to pull” (“speriamo di non avere bisogno di tirare questa leva, ma sarebbe irresponsabile non avere una leva come questa da tirare”).

Ovviamente, ma è sempre così per tutti, Jobs lo ha fatto per noi. E’ sceso in campo nel mercato dei cellulari per darci un prodotto migliore degli altri – che non mandi ancora MMS e che, per cambiare una batteria, necessita di un centro di assistenza non è quello che io intendo come “migliore”, ma compatitemi, utilizzo un vecchio cellulare in bianco e nero, di quelli che la batteria riesce ancora a durare ben tre giorni usandolo parecchio – e poiché potrebbero venir caricate applicazione in grado di mettere a rischio la privacy degli utenti, meglio che la privacy venga violata da subito creando una “black list” a loro insaputa.
Il tutto – è qua l’odore che si respira non è dei migliori – senza far sapere niente agli utenti, che l’hanno scoperto non certo leggendo il manuale d’uso.
Entrare nel merito su quale applicazioni possano essere non gradite, e chi debba decidere nel merito, è uno sforzo di pura immaginazione, almeno per il momento: interessante sarebbe valutare il comportamento dell’azienda nel caso in cui qualche applicazione caricata sull’AppleStore (che fattura, sembra, 1 milione di dollari al giorno) andasse in conflitto con gli interessi della stessa Apple o di qualche partner “forte”, per capire il funzionamento della blacklist.
Forse quella lista serve più che altro ad Apple, che non si fida dei controlli effettuati all’interno dal proprio negozio su Internet: se la QA funzionasse a dovere non avrebbe permesso la vendita di una applicazione a 999,99 dollari (il massimo consentito), “I’m rich”, che non faceva assolutamente niente salvo mostrare un rubino rosso e poco altro… il software è stato prontamente eliminato dopo le proteste degli utenti, anche se non sembra avesse violato alcun regolamento, ma non prima che otto (dico otto) utenti abbiano messo mano al portafogli per disporre di una tale meraviglia… ricche, beffate, collezioniste di inutilità o soltanto stupide non è dato di sapere (per la cronaca, sei americani, un tedesco e un francese).
Ma il vero (e grave) problema sta da un’altra parte.

Mi sono preso la briga di chiamare un po’ di amici che l’iPhone lo vorrebbero o lo hanno già acquistato: saputa la novità di questa sorta di controllo remoto, nessuno di loro ha cambiato idea sull’acquisto o ha pensato minimamente di chiedere un rimborso, restituendolo.

La cosa mi ha lasciato ancora più perplesso: Apple si permette di nascondere dettagli implementativi di una gravità assoluta e ai potenziali utenti non gliene frega un tubo. Niente.

Nessuno che si sia chiesto se questo è il solo “dettaglio” che Jobs si è dimenticato di riferire o se ve ne siano altri, semplicemente più difficili da scovare.

Misteri del carisma del CEO, del design, di quel logo con mela morsicata che fa tanto figo, o forse colpa nostra, di chi doveva informare sui rischi di accettare simili polpettoni avvelenati, con la scusa di “farlo per noi”.

Gli amici che ho sentito non avranno problemi a sbloccare quel sistema e a renderlo inoffensivo: ma i milioni di cellulari già venduti dubito che vadano in mano solo ad informatici di esperienza.

Intanto le associazioni dei consumatori si sono già mosse, chiedendo spiegazioni… vedremo come andrà a finire, o se è giusto che gli utilizzatori debbano solo pagare (tanto, visto il costo) e subire.